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TRIBUTO AL NOMADISMO CULTURALE DI
lunedì, 07 luglio 2008
Anche la vacca nera fa il latte bianco – recita un proverbio africano.

Rimane da comprendere se la bufala addormentata fa la mozzarella.

india_bufala_appisolataOppure se la vacca impaurita si fa mungere.

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TRIBUTO AL NOMADISMO CULTURALE DI
mercoledì, 11 giugno 2008
Le psicogeografie sono dettagliatissimi racconti iconici, scritture dell’anima che è sempre difficile tradurre in parole (e spesso anche in immagini).

Trovo ancora una citazione di Aldo Gargani nel suo adorabile Sguardo e destino: «Lo scrivere è il riandare a una questione che non è mai posta nel presente, il quale è solo rumore, distrazione, affaticamento e stordimento, il quale è semmai la domanda che è soltanto la propria condanna, come un groviglio di file nei quali ci dibattiamo e alla fine soffochiamo. Scrivere è lo stato nel quale ci si apre alla commozione dell’ascolto del lontano da ora che illumina la frase del presente…»

india_scimmiafili

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TRIBUTO AL NOMADISMO CULTURALE DI
martedì, 29 aprile 2008

India: Un tempo era considerata buona educazione battere le mani tre volte se, nel caso di una necessità impellente, una persona doveva defecare in un campo. Il battito di mani aveva lo scopo di avvertire gli spiriti del luogo e dar loro la possibilità di allontanarsi.

india_olfatto_spiritiStephen Arnott – Non è giusto mangiare tua zia

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TRIBUTO AL NOMADISMO CULTURALE DI
giovedì, 10 aprile 2008

Consentitemi questa parentesi indiana per riportare un fatto di cronaca che sta invadendo le prime pagine dei quotidiani del mondo: la nascita della piccola Lali, una bimba nata con due facce complete che gli indiani già considerano una dea, celebrandola come una incarnazione del dio Ganesh (raffigurato con la testa di elefante e portatore di prosperità e saggezza, nonché protettore dei viaggiatori).

Potete trovarne una breve video-notizia all’indirizzo:
http://multimedia.quotidiano.net/?tipo=media&media=2828

La bimba è considerata dai medici occidentali come una sorta di “mostro” purtroppo non operabile, mentre i medici locali ne difendono la più completa “normalità”.

Questa bipartizione culturale ha radici profonde e parte da un processo di lucida quanto ambigua interpretazione della storia delle culture che ha radici millenarie nell’Occidente e che di recente è stato denunciato da Jack Goody nel testo pubblicato per Feltrinelli dal titolo Il furto della storia.

Il commento di Franco Cardini (che è stato mio venerato docente di Storia Medievale) pubblicato su La Nazione di oggi termina proprio con una considerazione derivata dalla lettura del volume di Goody: uno spunto di riflessione che tengo a condividere con i visitatori di questo blog.

«Noi altri occidentali, dice Goody, ci siamo appropriati di un sacco di specificità di culture diverse dalla nostra sottolineandone gli aspetti che ci parevano positivi come esclusivamente nostri e pretendendo come cosa naturale, alla luce di questo complesso gioco di prestigio, che i nostri sentimenti e i nostri gusti servano da unità di misura al resto del mondo. Così, la bambina indiana ci fa pena, e tutto quel che sappiamo fare è augurarci e augurare alla poverina che se ne vada presto: anche per toglierci dalle angosce. Oh, ci fosse un nuovo Phileas Fogg [ricordate l’intrepido protagonista del Giro del mondo in ottanta giorni, che salva la bella Auda dal “barbaro” rito che la voleva vista ardere sul rogo funebre del marito proprio in India? – NdR], armato della giusta e pietosa siringa. Poi ci sono gli altri: i bambini normali. India e Africa ne sono pieni. Muoiono ogni giorno: di fame e di Aids. Per loro, non c’è pietà. Basta fingere che non esistano. Mister Fogg, non si curi di loro.»

india_bimba_intoccabile
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TRIBUTO AL NOMADISMO CULTURALE DI
venerdì, 04 aprile 2008

In molti degli ultimi post ho avuto modo di dissertare a lungo sui naga: spiriti in Cambogia, santoni in India, protettori dei templi in Laos. In ogni caso legati alla popolazione mitologica degli “uomini serpente”.

Ieri ne ho approfindite le tracce, facendo riferimento al mito della Grande Madre documentato da Syusy Blady, che a partire da Bologna – ma soprattutto da Malta – ha ripercorso la rotta di numerosi dei miei viaggi: Malta, Grecia, Cambogia, India, Perù, Egitto; Messico

malta_grandemadre
Consiglio a tutti la visione del DVD “Dio è nato donna”; il primo di una serie di 12 che da questo mese potete trovare in edicola allegato al periodico mensile Hera.

misterisyusybladyPerché talvolta è bello, anche per un agnostico come me, recuperare quello che giudico il più efficace “testamento” di Giordano Bruno: «Perché è cosa da ambizioso cervello e presuntuoso, vano ed invidioso voler persuadere ad altri, che non sia che una sola via di investigare e venire alla cognizione della natura; ed è cosa da pazzo e uomo senza discorso donarlo ad intendere a se medesimo» (De la causa, principio e uno)

TRIBUTO AL NOMADISMO CULTURALE DI
giovedì, 14 febbraio 2008

cambogia_apsara6Probabilmente proprio grazie all’incontro dell’induismo con il buddhismo ai tempi dell’Impero kmer di Angkor, le Apsaras  vengono spesso raffigurate anche nell'arte buddista.

cambogia_apsara5

Si trovano, tra l'altro, in un racconto dei Jakata (Storie della nascita) in cui vengono narrate vicende del Buddha nelle sue vite precedenti, si racconta come Mittavinda avido e dedito ai piaceri mondani, nel corso dei suoi viaggi incontra, anche alcune Apsaras. Infine viene poi istruito dal Buddha e scelto come Bodhisattva, colui che ha intrapreso il cammino per l'illuminazione e sceglie di dedicarsi ad aiutare gli altri esseri a raggiungere la stessa meta.

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TRIBUTO AL NOMADISMO CULTURALE DI
mercoledì, 13 febbraio 2008

Nel Ramayana, il più antico testo epico indiano, si narra che Indra abbia inviato l’Apsara Menaka dal Brahmano Vishvamitra per distrarlo dalle sue meditazioni, compito questo che essa eseguì con successo diventando sua sposa.

Celebre è anche l’Apsara Urvashi che, secondo un mito si innamorò del mortale Pururuvas e fece voto di stargli accanto pur senza mai guardarne il corpo: la notte in cui questo avvenne, Urvasi scomparve lasciando lo sposo nella disperazione; i due amanti poterono riunirsi solo nelle dimore celesti, quando l’uomo fu trasformato in gandharva.

cambogia_apsara3

Un’Apsara completa una pericolosa missione come un doveroso e obbediente agente leale agli dèi; può sedurre un asceta e portarlo a desiderare la procreazione di un figlio e l’abbandono della ricerca di uno stile di vita abstemious e celibi , ma anche un potente asceta sottoposto alla continua e tentazione di distrazione da parte dell’Apsara può pronunciare una maledizione crudele.

La sfortunata Apsara Varga, per esempio dovette spendere 100 anni di vita come un coccodrillo e allo stesso modo, l’Apsara Rambha è stata trasformata in una roccia per aver disturbato la devozione di un grande Brahmana.

cambogia_apsara4

Nell’induismo, le Apsaras di rango inferiore (dette anche driadi o fate dei boschi) vengono considerate spiriti della natura ed hanno il potere di ammaliare gli uomini causandone la morte.

Molti nomi epici di Apsaras, oggi sono diventati nomi di donna molto diffusi in India.

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TRIBUTO AL NOMADISMO CULTURALE DI
domenica, 03 febbraio 2008

Trovo in La speranza indiana di Federico Rampini una pagina dalla bellezza quasi afrodisiaca sul Taj Mahal e non riesco a fare a meno di fare una piccola pausa nella narrazione dedicata al Laos ed alla Cambogia per tornare su un argomento trattato ormai un anno fa. Buona lettura:

india_tajmahal2

«Il Taj viene concepito durante la sofferenza di un parto mortale. E’ una serata torrida, nel giugno 1631, sull’altopiano del Deccan nell’India centrale. Mumtaz Mahal, “la Prescelta del Palazzo”, cioè la preferita dell’harem, a 38 anni sta agonizzando negli spasimi della sua quattordicesima gravidanza. Al capezzale c’è il marito Shah Jahan, quinto imperatore della dinastia islamica dei Gran Moghul fondata da Babur. Alla moglie morente giura che non la sostituirà mai con un’altra. E promette di edificarle un mausoleo funebre che sarà la testimonianza perenne del loro amore. Per i due anni successivi, prostrato dal dolore che gli ha imbiancato di colpo tutti i capelli, Shah Jahan pensa solo all’amata che non c’è più. Dedica tutte le sue energie a mantenere la promessa, mobilita per la costruzione del Taj le ricchezze del suo regno, il know how tecnologico, i talenti artistici di tre continenti. Il risultato è un’exploit eccezionale: dodicimila tonnellate di pietre e marmi trasportati da grandi distanze; un edificio la cui circonferenza supera la basilica di San Pietro; l’armonia delle forme raggiunta grazie a complessi calcoli matematici; l’eresia del marmo bianco che nella tradizione islamica era riservato alle tombe dei santi; la profusione di pietre rare incastonate nei muri; le pregevoli decorazioni affidate al più grande calligrafo persiano dell’epoca, Amanat Khan. Intorno, i raffinati giardini sono allegorie della vita ultraterrena ispirati ai paesaggi delle montagne afgane, ai boschi e ai laghi del Kashmir, alle pendici dell’Himalaya.

Nei giardini è riconoscibile l’impronta della maestria persiana. “Paradiso” deriva dall’antico persiano pairidaeza che significa “parco recintato”. Il Giardino dell’Eden è un mito trasversale che si ritrova sia nella tradizione giudaico-cristiana, sia nell’antica Persia, sia nelle tribù nomadi dell’Arabia per le quali le oasi del deserto erano un vero paradiso in terra.»

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TRIBUTO AL NOMADISMO CULTURALE DI
venerdì, 23 novembre 2007

Nel Medioevo si riteneva che gli uomini fossero attratti nella follia dal signorile profumo del basilico, questa pianticella delle labiate che si dice portata in Europa da Alessandro il Grande nel IV secolo prima di Cristo. Il suo nome originario era tulsi, i Greci la ribattezzarono basilikòs. Una pianta ritenuta sacra dagli indiani, che la utilizzano per molte cerimonie religiose e per preparare una bevanda molto popolare, il tulsi ki chai, il tè al basilico. Di questa pianta solo l’Ocimum sanctum dovrebbe essere la varietà utilizzata nelle liturgie, l’altra, l’Ocimum basilicum, è destinata, invece, alle preparazioni alimentari, in realtà si confondono. In greco il nome basilico significava erba regia, poi nelle credenze medievali si verificò una confusione etimologica con il basilisco, basilìskos, cioè reuccio, un rettile innocuo, ma trasformato dall’immaginario in un animale il cui sguardo provocava la morte o, se penetrava nel capo, la follia. Nei riti indù per la consacrazione di kalash, la brocca dell’acqua sacra, si utilizzano otto oggetti, il tulsi è il sesto. Sull’uscio delle case in India ci sono quasi sempre delle piantine di basilico, simbolo del divino, le donne indiane lo innaffiano con l’acqua usata per le abluzioni delle parti intime, così tutto si tiene sugli scivolosi sentieri del sacro!

india_sulgangeDa Gianni-Emilio Simonetti – La sostanza del desiderio

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TRIBUTO AL NOMADISMO CULTURALE DI
mercoledì, 14 novembre 2007

Nel libro dedicato alla mitica Shangri La, Charles Allen recupera i tratti della cultura nomade all’origine del simbolo della svastica e della croce: «Vivevano all’aria aperta di giorno e dormivano sotto le stelle di notte. In questa maniera il cielo dominava le loro vite in maniera simile a quella della terra su cui si muovevano. Guardavano alla volta celeste per comprendere i segnali del cambiamento del tempo, per sapere dell’arrivo della pioggia. Navigavano nelle steppe facendo rotta con le stelle, misurando il tempo con la luna, ricavando il calore dal sole del giorno, dal fuoco di notte. Temendo il vento.

Il loro universo ruotava intorno alla presenza fissa della Stella Polare, l’asse del mondo di cui loro erano il centro.

Tutto questo trova espressione in due simboli che sono tra i primi che si possono trovare incisi e dipinti su tutti i tipi di superfici all’interno dell’Asia e dintorni. Uno è la croce, con l’uomo al centro dei quattro punti cardinali. Il secondo è un’estensione dello stesso simbolo, ma con un’aggiunta che si proietta formando un angolo al termine di ciascun braccio. E’ un simbolo di rotazione attorno al centro fisso di un ciclo che rappresenta movimento e rinnovamento. Le quattro braccia ad angolo sono il simbolo dei raggi del sole nel loro procedere attraverso il cielo, ma possono essere intesi anche come un movimento rotatorio e vorticoso.

mongolia_bimba_ariaIn Cina, questo simbolo è chiamato lei-wun (tuono rotolante) e denota l’eternità e l’infinito. In India è conosciuto come la swastika, dal sanscrito swasti (stare-bene) ed è usato come un simbolo d’auspicio di buona fortuna legato al sole…».

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